Quelli di Piazza Vittorio : una recensione

15 Apr

Pasquale Cicchetti

Amara Lakhous's original novel

Scriveva Pasolini nel 1963 che era ormai tempo di accettare la «innocente ferocia» di quelle «distese infinite di vite reali» pronte a valicare i nostri confini. Già allora, l’umanità aspra di «altre voci, altri sguardi, altri amori» sembrava prossima a irrompere nella coscienza sociale di un Europa stordita dal capitalismo. E c’era, nell’imminenza di questa migrazione, il senso di concretezza storica che quell’Italia di rotocalchi e Lambrette aveva già perduto.

Quelli di Piazza Vittorio,andato in scena al Buchanan Lecture Theatre lo scorso 18 marzo, si è offerto al pubblico andreapolitano come uno sguardo aperto su questo scenario. Tratta da un romanzo del 2006, opera del giornalista italo-algerino Amara Lakhous, la pièce si presenta come una commedia di impianto corale. Nella versione curata da Mario Prisco per la filodrammatica italiana, l’indagine sul «pasticciaccio» del condominio romano – un assassinio e una misteriosa sparizione – si colora infatti di sfumature allegre, in una messinscena che alterna con bravura diversi registri di comico, dal calcistico-popolaresco fino a una satira di costume che non risparmia accenti grotteschi.

Nel primo atto, soprattutto, la scena sfrutta l’ambientazione del bar della piazza per raccontare con garbo e simpatia un’umanità variegata, mobile, raccolta in una Roma di quartiere che ricorda la Chioggia delle baruffe goldoniane. Amedeo è il perno attorno al quale ruotano discorsi e personaggi. Figura sintomatica di raisonneur al rovescio, egli ascolta, ragiona, partecipa, rintracciando in questa sparsa umanità post-romana il filo di una matrice comune, di un sentire mediterraneo che proprio su Roma ricalca la propria geografia ideale.

Eccole, in fondo, le infinite distese umane di Pasolini: Amedeo e Roma sono gli emblemi di una cultura mediterranea in esilio da sé stessa, divisa tra il bisogno del passato e la consapevolezza che solo nella parentesi metastorica e multietnica della piazza romana può riscoprire la propria sostanza. Una sostanza fatta di problemi e passioni condivisi all’ombra di un caffé: un ethos conviviale, che mescola Totti e Totò, risolvendo in un sorriso di comprensione la solitudine e la nostalgia dell’esilio. E’ questo il momento forse più felice della rappresentazione, che negli atti successivi soffre il peso di una regia costretta a fare I conti con mezzi limitati e un materiale drammatico impegnativo.

Piazza Vittoria

Nondimeno, il testo di Prisco non si tira indietro di fronte alla complessità della storia, e la commedia si apre in un dialogo tra i personaggi e lo spettatore. Il secondo atto si dilata in un’indagine sistematica, nel tentativo di dipanare un groviglio da cui affiorano interrogativi complessi. Il nodo drammatico dell’omicidio fa infatti da pretesto per quella che assume subito i contorni di un inchiesta sul senso etico ed emotivo dell’identità umana. Orson Welles è dietro l’angolo, e – in effetti – gli interrogatori del commissario Boccasana non conducono a nessuna verità ultima. A finire perduta tra le meraviglie di Xanadu, piuttosto, è proprio quell’insopprimibile realtà della vita che Pasolini ancora sperava di trovare nelle «altre voci» dei vecchi nuovi arrivati.

Il terzo atto, in questa prospettiva, non lascia troppe speranze. Amedeo, che aveva dovuto fuggire dalla storia e dal passato per ritrovare il significato umano della propria identità, nel terzo atto scompare dalla scena, oggetto di una ricerca vana. Boccasana dovrà infine riconoscere l’impossibilità di separare i fatti dall’impasto ostinato di pregiudizi, diffidenze, incomprensioni che si riversano sulla piazza priva del proprio perno. Una percezione sociale distorta dal populismo interessato dei media e dai piccoli egoismi quotidiani, che da tanta infinita distesa cancellano ogni differenza: come l’ascensore al centro dell’inchiesta, scatola vuota dietro il quale si nascondono drammi, speranze e narrazioni.

Si chiude con un dubbio. Un doppio rapporto che certifica lo scarto insanabile tra due sistemi di realtà. Un dubbio, e forse un’augurio. Non sarà un caso se Ahmed Hafiene, interprete tunisino di Amedeo nell’adattamento cinematografico della Toso, interrogato in un’intervista sulla sua esperienza di straniero in Italia, fraintende la domanda. E invece di stigmatizzare il razzismo italico, risponde – con un candore strepitoso – che lui, quando viene a Roma, ritrova subito negli occhi dei passanti la sua stessa apertura ‘mediterraneo’ per la vita e I suoi abitanti. A perdersi per le strade della città, dice, è impossibile non vedere come siamo tutti figli della stessa civiltà. Forse: ma per accorgersene, bisogna uscire dall’ascensore e iniziare a camminare.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: